C’è una pietra particolare, dorata all’alba e rosata al tramonto, che a Scicli fa da carta d’identità. È il calcare locale: lo stesso che ha costruito la Chiesa Madre di Sant’Ignazio, il Palazzo Beneventano con i suoi mascheroni grotteschi, la scalinata barocca della Chiesa di San Bartolomeo. Patrimonio UNESCO dal 2002 insieme agli altri otto centri del Val di Noto, Scicli è una delle città più fotografate della Sicilia sud-orientale — ed è la città da cui Siklah prende il nome, la forma, e soprattutto il tempo.
Prima del barocco: il nome Siklah
Il toponimo Scicli non è latino, non è greco. È arabo. Compare per la prima volta in forma scritta attorno all’anno 864, nel periodo in cui la Sicilia era emirato sotto il califfato aghlabide, poi kalbita. Gli storici arabi lo trascrivevano شقلة — Siklah, appunto — e indicava il nucleo fortificato sulla collina di San Matteo, difeso da un castello e circondato da giardini irrigui. Per oltre due secoli, dall’827 al 1091, Scicli fu città araba: moschee, hammam, orti a terrazzamento, un sistema idrico a canali sotterranei che in parte esiste ancora oggi sotto il centro storico.
Quando i Normanni di Ruggero d’Altavilla riconquistarono la Sicilia, non cancellarono quel mondo. Lo stratificarono. Le chiese sorsero sopra le moschee, ma i quartieri arabi rimasero riconoscibili nel tessuto urbano: San Bartolomeo, San Guglielmo, la Chiafura (dall’arabo jafr, grotta) — case scavate nella roccia dove si viveva ancora nel Novecento. Sui portali sopravvivono capitelli con motivi geometrici che non sono cristiani: sono l’eco di un’estetica aniconica, fatta di nodi, stelle a otto punte, tralci che si ripetono senza mai raffigurare un volto.
Scicli è una città che ha imparato a scrivere in due alfabeti. Quello visibile, barocco e teatrale. E quello sottinteso, arabo e matematico, che regge tutto il resto.
Il terremoto del 1693 e il barocco sciclitano
L’11 gennaio 1693, un terremoto di magnitudo 7.4 rase al suolo il Val di Noto. Scicli, insieme a Noto, Modica, Ragusa, Catania, perse quasi tutto. E nei decenni successivi avvenne qualcosa di straordinario: invece di ricostruire come prima, le città inventarono un linguaggio nuovo. È il barocco tardo-siciliano, oggi riconosciuto dall’UNESCO come una delle più alte espressioni architettoniche del Settecento europeo.
A Scicli, il barocco prende una forma peculiare. Non ha la monumentalità rigida di Noto, né la teatralità esuberante di Ragusa Ibla. È un barocco domestico, narrativo, quasi popolare: i mascheroni del Palazzo Beneventano — definiti da Anthony Blunt “il più bel palazzo barocco di Sicilia” — non raffigurano angeli o santi ma volti di mori, grifoni, figure marine, maschere teatrali. È un decoro che racconta storie, non dottrine. Non a caso, molti studiosi vi leggono un’eco dell’horror vacui arabo: la superficie che non può restare vuota, la pietra che deve parlare.
I luoghi da non perdere
- Chiesa Madre di Sant’Ignazio — cuore ecclesiastico della città, custodisce la Madonna delle Milizie, patrona di Scicli e simbolo del sincretismo cristiano-arabo
- Palazzo Beneventano — il capolavoro del barocco sciclitano, riconoscibile dai mascheroni scolpiti sotto i balconi
- Chiesa di San Bartolomeo — incastonata fra le rocce della Cava di San Bartolomeo, con una facciata che pare un altare a cielo aperto
- Via Francesco Mormino Penna — la “via dei palazzi”, uno dei più intatti scenari barocchi d’Italia, scelta come set per la fiction del Commissario Montalbano
- Chiafura — il quartiere rupestre abitato fino al 1959, oggi parco archeologico, dove si legge a occhio nudo la stratificazione araba-normanna-barocca
Perché Siklah si chiama così
Il nome del brand non è un vezzo estetico. È un toponimo arabo dell’anno 864. Scegliere Siklah invece di Scicli significa risalire la corrente fino alla radice: al momento in cui questo luogo era ancora un nodo del Mediterraneo islamico, attraversato da geometrie, simboli, orti irrigui e artigianato del metallo. L’oreficeria siciliana d’altronde deve moltissimo agli arabi: la tecnica della filigrana, la granulazione, l’uso dello smalto colorato — molte di queste arrivarono in Sicilia dal Maghreb e dalla Spagna andalusa prima di diventare patrimonio europeo.
Quando disegniamo un charm ALMA, quando pensiamo a un serpente, a una mano, a un occhio, non stiamo citando il barocco soltanto: stiamo citando un’iconografia mediterranea stratificata, dove cristiano e islamico, bizantino e normanno si sono depositati uno sull’altro per mille anni. Siklah è il nome che ricorda la prima pietra di quella stratigrafia. Ed è il motivo per cui ogni pezzo, anche il più piccolo, porta con sé più storia di quanta se ne possa raccontare in una descrizione.
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